Le notti nel mondo: l’Italia dei piccoli e grandi capolavori

Articolo di Gordiano Lupi

Nessuno dubita che una vera e propria tematica erotica esplicita derivi dalla felice intuizione di Alessandro Blasetti che realizza Europa di notte (1959) per conto di Fabio Jegher. Alessandro Blasetti (Roma, 1900 – 1987) è un critico cinematografico che sin dal 1927 si dedica alla produzione di film, ispirati ai capolavori sovietici (Sole), storico – politici (Nerone), melodrammatici (Resurrectio). La cena delle beffe interpretato da Clara Calamai resta negli annali come il primo seno nudo del cinema italiano. Altri piccoli capolavori sono Quattro passi tra le nuvole (1942), Fabiola (1947), Peccato che sia una canaglia (1954) e La fortuna di essere donna (1956). Ai nostri fini gli ultimi due film sono molto importanti perché caratterizzati da un omaggio alla bellezza femminile e da una grande fisicità. Peccato che sia una canaglia vede Sophia Loren nei panni di un’affascinante popolana che fa innamorare un ingenuo Marcello Mastroianni dopo aver provato a rubargli il tassì. La pellicola impone all’attenzione del pubblico una nuova coppia di attori che farà molta strada ed è tratta da Il fanatico di Alberto Moravia, contenuto nella raccolta Racconti romani. Si tratta di una commedia di caratteri sceneggiata da Suso Cecchi d’Amico, Alessandro Continenza ed Ennio Flaiano che sfrutta al meglio le doti degli attori e mette in mostra un grande Vittorio De Sica nei panni di un vecchio ladro padre della Loren che ricorda il bel tempo andato. La fortuna di essere donna è ancora una pellicola interpretata dalla coppia Loren – Mastroianni e fa della bellezza femminile il suo punto cardine. La Loren viene fotografata da Mastroianni a sua insaputa mentre si aggiusta una calza, finisce sulla copertina de Le ore e pensa di poter sfondare nel mondo del cinema grazie alle conoscenze del fotografo e di un conte trafficone (Charles Boyer). La ragazza – bella e affascinante quanto spregiudicata – ben presto si rende conto che la realtà non è semplice come il sogno. Un film moderno basato con cinismo sulla storia vecchia come il mondo di una donna che usa il corpo per fare strada. Sceneggiatori d’eccezione sono Suso Cecchi d’Amico, Ennio Flaiano e Sandro Continenza che sembrano ispirarsi alle disavventure private dello scrittore Ercole Patti e di una sua amica. Sophia Loren ricopre un ruolo ad alta gradazione erotica e ancheggia provocata per buona parte del film. Il regista mostra il prima  e il dopo di un rapporto sessuale tra Loren e Mastroianni insistendo su considerazioni intime molto trasgressive per il periodo storico.

   Europa di notte (1959) segna un netto cambiamento del costume e inaugura una sorta di moda, quella dei documentari (più o meno veri) per riprendere spogliarelli e abitudini erotiche del mondo. Europa di notte è uno spettacolo documentario interpretato da Domenico Modugno, Carmen Sevilla, Henry Salvador, Alba Arnova, The Platters, i clown Rastelli, il prestigiatore Channing Pollock, il ventriloquo Robert Lamouret e il suo Paperino, The King of Rock and Roll, Colin Hicks and his Band, Le Carousel (con Coccinelle), Crazy Horse Saloon (con Doly Bell, Lady Phu-Qui-Cuo, Lilly Niagara e i Croq’ Messieurs), Graziella Granata, Sergio Parlato, Gustavo Rojo, Tiberio Murgia, Raffaella Pelloni (Carrà), Armando Calvo, Edie Gray, le Rockett’s e gli Happy Wonderers. Il trattamento è di Ennio De Concini, che in seguito scriverà Divorzio all’italiana di Pietro Germi e vincerà un premio Oscar. Il commento è di Gualtiero Jacopetti, che si ispirerà alle tematiche e allo stile di Europa di notte per il futuro mondo-movie, sotto genere al quale darà sviluppo con il sodale Franco Prosperi. Le musiche sono di Carlo Savina, le scenografie di Flavio Mogherini, il montaggio di Mario Serandrei e la fotografia è di Gabor Pogany. La voce fuori campo è di Corrado Mantoni, non ancora noto come il Corrado della televisione nazionale. Blasetti filma tutto quello che si produce in Europa a livello di arte varia, da cabaret, cose in via di estinzione ma interessanti per fare la storia del costume di un certo periodo. Si tratta di un film di montaggio realizzato con tecnica televisiva e volontà enciclopedica, classificatoria, finalizzato alla conservazione di un patrimonio esistente da non dimenticare. Blasetti è regista intelligente che mette il cinema al servizio della memoria storica, coglie le nuove mode imperanti del rock and roll e documenta la nuova attenzione al sesso come divertimento notturno. La censura si abbatte sul documentario con la sua scure impietosa, ma non può fare a meno di autorizzare spezzoni di spogliarelli, immagini del Crazy Horse e di una serie di spettacoli che stanno prendendo campo. Sono le prime crepe nelle strette maglie della censura e i primi fotogrammi espliciti di epidermide femminile esposta senza finzioni. Ricordiamo spettacoli di strada a Londra, Domenico Modugno che canta motivi romantici, la televisione come momento di aggregazione per famiglie riunite al bar, giovanissimi suonatori di xilofono, mimi con Paperino, numeri da circo per bambini, pezzi di comicità infantile e genuina. Le gambe delle ballerine sono il pezzo forte del programma e la fanno da padrone, perché il film documentario serve soprattutto a esibire il proibito. Vediamo una danza del ventre molto sexy, la rivista parigina, il varietà russo, The Platters in concerto, ma anche giocolieri, prestigiatori, suonatori di fisarmonica e numeri del circo Togni. Pigalle è il paradiso del sesso notturno a Parigi, così come il Moulin Rouge apre le porte dei peccaminosi balletti e il Crazy Horse mostra spogliarelli castigati. Le ragazze non vanno mai oltre slip e reggiseno, al massimo mostrano lunghe gambe e spalle nude. Carmen Sevilla balla un sexy flamenco a Madrid e Cocinelle – tra i primi transessuali dello spettacolo – si esibisce come se fosse una donna.

   Europa di notte modernizza l’Italia e dà origine al filone sexy che comincia a imperversare nelle sale degli anni Sessanta. In realtà molte sequenze del film – se non quasi tutte – non sono documentaristiche ma vengono realizzate in studio. Il successo è stratosferico e porta a continuare su questa strada fino alla metà degli anni Sessanta, modificando anche il tema centrale. 

   Io amo, tu ami… Antologia universale dell’amore (1961) è una produzione italo – francese diretta da Alessandro Blasetti, che tenta di sfruttare il successo del primo film con una nuova panoramica attraverso teatri, night-club e circhi di tutta Europa, documentando la vita notturna nelle capitali europee e le varie manifestazioni dell’amore. Una vera e propria sfida alla censura del tempo, anche se rivisto oggi fa sorridere per l’ingenuità di fondo. Bisogna fare i conti con un’Italia cattolica e perbenista che si scandalizza per qualche centimetro di epidermide. Il film è sceneggiato da Luigi Chiarini, Carlo Romano e Antonio Savignano, ma pare che collaborino anche Alberto Arbasino, Alberto Bevilacqua, Camilla Cederna, Luigi De Marchi, Maurizio Ferrara, Giancarlo Fusco, Ruggero Maccari, Domenico Meccoli, Ettore Scola, Ercole Patti, Ettore Maria Margadonna e Luciano Corda. In una sequenza girata sulla spiaggia si nota il giovane Giuliano Gemma. In questo film le situazioni risultano studiate a tavolino per scandalizzare, vediamo persino una donna che allatta un bambino e deve mostrare il seno, in un periodo storico integralista e bacchettone. Blasetti cerca di provocare, di far capire il vero ruolo della dona nella società, ma lo fa utilizzando materiali sexy piuttosto scabrosi per i tempi. Io amo, tu ami… è un vero e proprio canovaccio dal quale attingeranno i futuri registi della commedia sexy, alta o bassa che sia, perché si fotografano le donne dal basso per mostrare le cosce, mentre addentano una banana, quando mostrano la scollatura del seno, durante una partita a biliardo, mentre sono in bagno a farsi la doccia e in camera a spogliarsi. Il film abbonda nelle sequenze dal buco della serratura per spiare nudi femminili e inserisce per la prima volta in un film una doccia femminile, tra l’altro di una donna di colore. La pellicola è un attacco al femminismo, un trionfo di voyeurismo, di doppi sensi osceni e di elementi che saranno esaltati dalla commedia erotica.

   Se Alessandro Blasetti è l’iniziatore di un sottogenere mondo – sexy, molti registi italiani cercano di bissare il successo di Europa di notte girando documentari con un marcato riferimento al sesso. Il tema è sempre lo stesso: si parte da scene vere, se ne aggiungono altre dichiaratamente false e si costruisce una pellicola con valenza erotica.

   Il mondo di notte (1960) è un documentario erotico di Luigi Vanzi, scritto da Gualtiero Jacopetti, fotografato da Tonino Delli Colli, con la colonna sonora di Piero Piccioni. Il documentario è molto dettagliato, persino più esaustivo dell’originale al quale si ispira e pare girato nei locali di mezzo mondo: Parigi, Amburgo, New York, Las Vegas, Cina e Giappone. Il lavoro ha una sua dignità anche se ci sono molte mistificazioni e la presunta curiosità documentaristica è soltanto una scusa per mostrare spettacoli scandalosi. Non manca un discorso vagamente razzista, perché i neri vengono trattati da buoni selvaggi in preda a crisi isteriche e ad atteggiamenti mistici. Le tematiche di fondo sono quelle di sempre, gli unici motivi per cui il pubblico dei primi anni Sessanta paga il biglietto: striptease e nudi femminili. Non mancano attrazioni internazionali, numeri da circo, comici, musicisti e contorsionisti. Il film riscuote un buon successo, al punto che il produttore Gianni Proia fa uscire Il mondo di notte 2, girato con la collaborazione di Mario Russo. Il commento è di Carlo Laurenzi, recitato da Romolo Valli, la fotografia è di Tonino Delli Colli, mentre la suggestiva colonna sonora è di Piero Piccioni. “Una carrellata sul favoloso mondo dei divertimenti notturni”, recitano i flani e infatti il regista ci porta ancora in giro per il mondo a scuriosare nei locali più celebri di Stati Uniti ed Europa. Il Crazy Horse e i suoi spogliarelli la fanno da padrone, ma non mancano numeri di varietà, musica, balletti e spettacoli da circo. Peggiore del primo, troppo finalizzato alla visione di epidermidi femminili e con sensazionalismo ai minimi storici. Il mondo sulle spiagge (1962) di Renzo Rossellini mostra una serie di ragazze in bikini sulle spiagge più suggestive del mondo, vera e propria scusa per esibire corpi femminili. Mondo sexy di notte (1962) di Mino Loy è molto artefatto perché quasi tutto risulta girato in studio mentre vorrebbe far credere che si tratta di numeri presi da spettacoli a giro per il mondo. Il registra monta una serie di spettacoli di varietà, spogliarelli e balletti per dimostrare come funziona il motore della seduzione. Non è molto giustificato il sexy presente nel titolo, perché il massimo della visione sono alcune ragazze in bikini. Il documentario è scritto da Guido Castalde e Nico Rienzi. Mondo caldo di notte (1963) di Renzo Russo è un lavoro banale e scontato, palesemente non girato all’estero ma realizzato in studio facendo ricorso ad alcuni trucchi scontati. Gianni Proia s’inventa un Mondo di notte numero 3, lo fa uscire negli Stati Uniti con il titolo Ecco (1963) e la voce narrante di George Sanders. Ecco mostra addirittura una castrazione con i denti e i particolari di una messa nera. Ricordiamo anche Mondo matto al neon (1963) di Carlo Veo, Mondo nudo (1963) di Francesco De Feo (soggetto di Giuseppe Marotta), Mondo balordo (1964) di Roberto Bianchi Montero (voce narrante di Boris Karloff).

   Molte pellicole raccontano le notti nel mondo, costituiscono un vero e proprio filone che sfrutta il momento portando il sesso in sala sotto forma di finto documentario. Gli argomenti sono comuni a tutte le pellicole che ripetono stancamente il leitmotiv degli spogliarelli nei locali del mondo, dei fenomeni da baraccone più o meno erotici e delle notti al night-club. Ricordiamo tra i tanti: Le dolci notti (1962) di Vinicio Marinucci, Notti nude (1962) di Ettore Fecchi, Notti e donne proibite (1962) di Mino Loy, Novanta notti in giro per il mondo (1963), Notti calde d’oriente (1963) di Roberto Bianchi Montero, America di notte (1963) di Giuseppe Scotese.

   Non mancano i titoli che cominciano con la parola sexy che si ricordano per escursioni finte o reali nei night club del mondo, documentando spettacoli di cabaret e attrazioni internazionali. In questi film troviamo veri  e propri attori, cantanti di successo e gruppi comico – musicali.  Tra i tanti citiamo Sexy (1962) di Renzo Russo (commentato da Corrado e Gino Bramieri), Sexy al neon (1962) di uno sconosciuto Ettore Fecchi che gira anche Sexy al neon bis (1962), Sexy che scotta (1963) di Franco Macchi, Sexy nel mondo (1963) di Roberto Bianchi Montero che si segnala anche per Sexy nudo (1963), Sexy magico (1963) di Mino Loy e Luigi Scattini, Sexy Show (1963) di Elio Balletti, Sexy proibito (1962) di Osvaldo Civiriani, che dirige anche Sexy proibitissimo (1963) con lo pseudonimo di Marcello Martinelli e in un paio di scene anticipa il decamerotico. Sexy a Tahiti (1964) fa storia a parte perché è una riedizione furbesca del documentario di Umberto Bonsignori girato nella location tropicale nel 1961 con il titolo Terror a Tahiti. Persino Totò viene fagocitato in questa moda del reportage sexy a giro per il mondo con un film come Totò sexy di Mario Amendola.  

   I mondo – movies sono opere datate anni Sessanta – Settanta, che si spingono fino agli anni Ottanta con opere meno interessanti, capaci di filmare con occhio gelido e crudo realismo la violenza sui corpi, la devastazione della carne e della mente umana. Sono reportages nei quali è difficile separare realtà e finzione, spesso bollati come snuff e accusati di filmare la morte.  La critica importante relega i mondo – movies nella sfera del trash (cinema spazzatura), ma ormai sappiamo che la critica intellettuale non apprezza il cinema di genere, caso mai si riserva di rivalutarlo alla morte del regista o dell’attore di turno (Mario Bava e Totò insegnano). È riduttiva una bocciatura senza appello, visto che i mondo movies esercitano un enorme fascino sul pubblico, oltre a influenzare gran parte del cinema di genere italiano.

   Il mondo – movie è il grimaldello cinematografico con cui scardinare le maglie della censura e cominciare a parlare di sesso al cinema mostrando centimetri di epidermide e atti erotici. Si comincia dai documentari a giro per il mondo, si riprendono abitudini e usanze, si prosegue con i mondo – sexy che raccontano il modo di fare erotismo nel mondo e si arriva ai temi della commedia erotica. Il mondo – movie è un genere tutto italiano, partorito dalla fantasia di Jacopetti, Prosperi e Cavara, ma anticipato da Alessandro Blasetti per la tematica erotica.

   Mondo cane (1962) di Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi e Paolo Cavara è il primo vero e proprio mondo movie, un documentario a tinte forti dove il regista propone immagini di vario tipo: una strana riunione di sosia di Rodolfo Valentino, gli effetti orripilanti delle radiazioni nucleari su uomini e animali, la cucina orientale che serve in tavola piatti a base di cani e serpenti. La pellicola riscuote un notevole successo, tanto che nel 1963 esce Mondo cane 2, realizzato dalla produzione con gli scarti del primo film. Jacopetti non riconosce la paternità della pellicola che pure gli viene attribuita, in collaborazione con Franco Prosperi, anche perché non cura il montaggio. Roberto Bianchi Montero, dopo aver girato il film a soggetto La Pica nel Pacifico (1959) si avvicina al documentario sexy con Notti calde d’oriente (1962) e realizza una vera e propria serie di lavori a imitazione di Blasetti e Jacopetti, ambientati nelle atmosfere delle calde notti del mondo. Non riscuotono successo.

   Mondo infame (1962) di Roberto Bianchi Montero è un prodotto di pura imitazione per raccontare usi e costumi raccapriccianti.

   Italia proibita (1963) vede alla regia il giornalista Enzo Biagi, che collabora con Brando e Sergio Giordani per firmare il suo unico film. Luigi Scattini e Mino Loy, invece, girano Sexy magico (1963). I temi sono sempre gli stessi: un po’ di sesso, qualche riferimento alle usanze regionali, abitudini e vizi erotici degli italiani. Il direttore della fotografia Osvaldo Civirani gira indodici giorni Sexy proibito (1963), seguito da Tentazioni proibite (1964), ambientato ad Amburgo, Berlino, Londra e Parigi. Luigi Scattini si firma Silvano Secelli per realizzare L’amore primitivo (1964), un lavoro originale, a metà strada tra film a soggetto e documentario. Jayne Mansfield è una bella antropologa spiata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia mentre visiona un reportage sui costumi sessuali dei popoli primitivi. Scattini gira anche Svezia, inferno e paradiso (1967), forse il lavoro maggiormente responsabile di aver mitizzato la libertà di costumi scandinava rispetto alla nostra arretratezza culturale. La Svezia diventa il sogno di tutti i maschi latini, sembra una lontana mecca di libertà alla quale far riferimento per poter vedere in santa pace un corpo di donna nuda e magari conoscere una femmina disinibita. Scattini gira anche Angeli bianchi… angeli neri (1969) sulle magie vere o presunte di maghi, ipnotizzatori e ciarlatani. Il pelo nel mondo (1964) è un lavoro interessante sulla prostituzione nella società contemporanea, curato da Antonio Margheriti e Marco Vicario. Peccato per il titolo triviale che serve ad attirare pubblico al botteghino. Nude calde e pure (1964) di Virgilio Sabel e Lamberth Santhe è una coproduzione italo – francese che racconta i costumi sessuali della libera Polinesia e li paragona alla retriva Europa.

   Silvio Bergonzelli gira due pseudo mondo movie come Silvia e l’amore (1968) e Le dieci meraviglie dell’amore (1968). Si tratta di due film a soggetto. Nel primo la protagonista racconta le proprie esperienze sessuali di coppia a un medico, ma il tutto è abbondantemente recitato e non c’è niente di documentaristico. Nel secondo ci sono sei studenti che vogliono presentare una tesi sull’evoluzione dei costumi sessuali degli italiani. Falso rigore scientifico a imitazione del successo internazionale di Helga (1967) di Erich F. Bender. Il perbenismo ipocrita della società italiana non permette di mostrare erotismo e sesso senza una pseudo costruzione scientifica. Il diario proibito di Fanny (1968) di Sergio Pastore è un altro pseudo mondo movie che pare un manuale dieducazione sessuale per principianti. Scusi, lei conosce il sesso (1968) di Vittorio De Sisti è un altro viaggio a soggetto nel mondo del sesso, composto da una serie di interviste e immagini che vorrebbero raccontare l’evoluzione sessuale. Nel labirinto del sesso (1968) di Alfredo Brescia spiega comportamenti e abitudini sessuali degli italiani, ma non è un documentario perché ci sono attori che recitano a soggetto. L’unico mondo movie girato da una donna è Riti segreti (1972) di Gabriella Cangini, che parla di sterilizzazione maschile, culti masturbatori e fallici, afrodisiaci e alcune bizzarre patologie. Rivelazioni di uno psichiatra sul mondo perverso del sesso (1972) di Renato Polselli è un altrofilm erotico conpretesepseudo scientifiche da mondo movie, ma si ricorda anche come uno dei primi film italiani addizionati con inserti porno. Mille peccati… nessuna virtù (1969) di Sergio Martino, invece, è un vero e proprio mondo movie sui costumi sessuali che si sforza di raccontare l’importanza del sesso nella società contemporanea. Martino sembra dire: “Fate l’amore invece di usare la droga” e compone un interessante affresco sui pericoli della tossicodipendenza. Sergio Martino gira anche America così nuda così violenta (1970) e I segreti delle città più nude del mondo (1971), veri e propri mondo movies ricchi di sequenze erotiche, striptease, scene prelevate da locali notturni europei e usanze sessuali. Mondo erotico (1972) di Filippo Maria Ratti, firmato Peter Rush, analizza il fenomeno del nudo e dei costumi sessuali in continua evoluzione nella società occidentale. Il film è presentato da Renzo Arbore ed è uno dei peggiori documentari sul nudo mai realizzati che cerca di raccontare qualcosa anche sulla prostituzione. La sola curiosità degna di nota è proprio la presenza dello showman foggiano, non nuovo ad apparizioni trash, in linea con il suo personaggio. Gianni Proia è un altro autore – produttore che va citato per Realtà romanzesca (1969) e Mondo di notte oggi (1975), scritto e letto da Oreste Lionello, ma caratterizzato da una serie di grevi doppi sensi. Si tratta del solito viaggio di notte alla scoperta dei costumi sessuali occidentali, delle trasgressioni e degli spettacoli erotici. Si giunge a un punto di non ritorno perché il sesso è sempre più presente al cinema e nella vita italiana. Vittorio De Sisti si concede il lusso di ironizzare sull’erotismo nella chiesa cattolica con Sesso in confessionale (1974). Citiamo anche Mondo porno oggi (1976) di Giorgio Mariuzzo, che nel titolo cavalca una moda ma si limita a riprendere le solite scene tra le quali spiccano alcuni ristoranti erotici e un insolito club della frusta. L’Italia in pigiama (1976) di Guido Guerrasio non è un mondo movie, ma racconta le abitudinisessuali degli italiani. Molto interessante Tomboy – I misteri del sesso (1977) di Claudio Racca, un documentario divulgativo sul sesso che si avvale di interventi qualificati. Sesso perverso – mondo violento (1980) è l’immancabile tardo e volgare contributo di Bruno Mattei al genere, un collage di falsi provini che trattano i negri come esseri inferiori e le donne come lesbiche. Nudeodeon (1978) di Franco Martinelli, parafrasa il titolo di una fortunata trasmissione televisiva (Odeon) che per prima ha il coraggio di mostrare un nudo femminile frontale, ma realizza anche un documentato studio sui costumi sessuali degli italiani.

   Il vero e proprio mondo movie erotico modifica i suoi contenuti e non esiste più come momento conoscitivo perché il cinema erotico e quello a luci rosse sono alla portata di tutti. Il documentario erotico lascia il posto a opere squallide che raccontano scene ricostruite in studio che sembrano dei porno casalinghi. Citiamo Noi e l’amore (1985) di Antonio D’Agostino, un florilegio senza precedenti di depravazioni sessuali, e il più convincente Love duro e violento (1985) di Claudio Racca, che prosegue il discorso iniziato con Tomboy, ma con immagini più crude e scioccanti. Abbiamo l’esibizione di varie frattaglie, ma anche un ripugnante cambio di sesso, la macellazione dei maiali e un inserto che sembra snuff perché la leggenda narra che una ragazza è stata scuoiata dal vero.

   Da dimenticare I vizi segreti degli italiani (quando credono di non essere visti) (1987), girato dal pessimo produttore – regista Camillo Teti, interpretato da Moana Pozzi e Ramba che intervistano passanti sul tema del sesso. Mondo cane di Jacopetti rivive un momento di gloria sul finire degli anni Ottanta grazie a un’idea del produttore romano Gabriele Grisanti. Prima esce Mondo cane oggi (1985), firmato Max Steel, pseudonimo dell’ottimo regista di polizieschi Stelvio Massi, e subito dopo Mondo cane 2000 – l’incredibile (1988), firmato dallo stesso Grisanti. Il primo lavoro conserva motivi di interesse, pure se i tempi sono cambiati e il mondo movie non è un genere che può scandalizzare. Il secondo film è montato da Cesare Bianchini e presenta un volgarissimo commento di Luigi Mangini. Stelvio Massi non firma la regia.

   Abbiamo lasciato da parte il discorso sugli Africa movies, sottogenere importante della categoria mondo movies.

   Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi realizzano il fondamentale Africa addio (1966), un documentario ricco di mattanze di animali. Vediamo elefanti trucidati per privarli delle zanne d’avorio, gambizzazioni di bestiame come ritorsione verso gli allevatori, rapimenti di piccoli animali per venderli agli zoo, eccidi di tranquilli ippopotami per portare la carne al mercato. Non solo: ci sono anche scene realistiche di fucilazioni di prigionieri e particolari efferati della guerra civile in Kenia. La macchina da presa si sofferma spietata sui corpi mutilati e scaraventati ai bordi delle strade. Jacopetti dipinge un quadro disarmante di un’Africa che passa dal colonialismo all’anarchia selvaggia. Un film sconvolgente che va considerato un capolavoro capace di far nascere un vero e proprio sottogenere: l’Africa movie.

   Africa sexy (1963) di Roberto Bianchi Montero viene distribuito alcuni anni prima di Africa addio, a causa di molti problemi in sede di censura che ritardano l’uscita del documentario di Jacopetti (pronto dal 1963). Montero è interessato soprattutto alla descrizione delle abitudini sessuali degli indigeni e non si cura di ampliare il suo orizzonte visivo. I lavori di Jacopetti sono oggetto di un mio volume a lui dedicato nella collana di Profondo Rosso, perché è il creatore del genere e il vero innovatore del modo di fare documentario antropologico. Ricordiamo in questa sede anche La donna nel mondo (1963), girato con Franco Prosperi e Paolo Cavara, che ha come tema la condizione femminile nei punti più disparati del globo. Addio zio Tom (1971), girato con Prosperi, è il suo ultimo mondo movies, accusato di razzismo e qualunquismo, ma in realtà solo un documentario satirico e anticonformista realizzato con passione e originalità. Jacopetti finì al centro di uno scandalo che lo allontanò dal mondo del cinema italiano.

   Tra gli altri mondo movies africani di un certo interesse citiamo Le schiave esistono ancora (1964) di Maleno e Roberto Malenotti (padre e figlio), ma pare che collabori pure Folco Quilici, non accreditato perché non porta a compimento il film. Molte scene sono eccessive, ma la pellicola resta interessante per la descrizione di un fenomeno reale come il commercio di esseri umani. I fratelli Angelo e Alfredo Castiglione sono antropologi, esploratori e giornalisti che si dedicano al genere realizzando alcune pellicole interessanti. Africa segreta (1969) è il loro primo lavoro girato insieme a Carlo Guerrasio, vera e propria antropologia divulgativa frutto di cinque anni di ricerche, anche se il principale interesse dei registi pare essere attinente alla sfera dei comportamenti sessuali. Africa ama (1971), prodotto da Alberto Grimaldi e narrato da Riccardo Cucciolla, vuole essere uno studio antropologico su usi e costumi delle popolazioni africane. Vediamo la circoncisione, l’infibulazione e molti riti che hanno come base un erotismo semplice e naturale che non presenta elementi morbosi. Magia nuda (1974) è un altro lavoro dei Castiglione, che vede il commento esterno scritto da Alberto Moravia e recitato da Riccardo Cucciolla. I riti magici delle popolazioni africane presentano molti riferimenti sessuali, ma non c’è mai la volontà di esibire gratuitamente. Il lavoro più importante dei fratelli Castiglione è Addio ultimo uomo (1978), prodotto da De Laurentiis, impostato come documentario etnografico per raccogliere le testimonianze dalla voce degli ultimi stregoni. La pellicola non raggiunge l’originalità di Africa  addio, ma con una fotografia nitida e un buon commento musicale fa conoscere riti tribali che hanno come tema la morte, il sesso e il ruolo della donna. I fratelli Castiglione descrivono con dovizia di particolari i riti funebri, i sacrifici animali, l’oroscopo dei sassi per conoscere il futuro dell’anima e il pasto accanto alla salma che sarà portata a compiere un ultimo giro per il villaggio. In Africa quando muore un membro del villaggio si perde una parte della piccola società e tutti partecipano al lutto, come momento collettivo di condivisione.  La morte viene presa per quello che è: il momento terminale della vita, accettato come un fenomeno naturale che scioglie l’anima dai legami terreni. Se muore un guerriero vengono rotti sul cadavere gli oggetti che gli appartenevano e infine sono gettati in una grotta. I giovani guerrieri si fustigano con insistenza per offrire al cadavere il loro coraggio e per rendere onore a un uomo valoroso. La malattia si scaccia con le armi della magia: uno stregone accarezza il dorso di una capra per trasmetterle il morbo, quindi abbatte l’animale con furia selvaggia. Il mercato è il regno delle donne, tra pesci secchi, pane di sale, birra di miglio e unguenti, vede contrattazioni di genti e razze diverse che si incontrano e scambiano prodotti. Al mercato si vende pure carne di cane abbrustolita sulla fiamma, dopo aver privato la bestia dei genitali.  La tesi dei registi è che l’ultimo uomo non è mai solo, vive una vita naturale, in perfetta armonia con la natura, ma il difetto del film è che spesso punta al sensazionalismo fine a se stesso e presenta momenti ripetitivi. La scena del taglio del pene di un soldato catturato è il momento più  raccapricciante della pellicola, molti critici affermano che non è una ripresa dal vero, ma i fratelli Castiglione giurano sul realismo. La festa dell’amore è un altro bel momento documentaristico che riprende i giovani mentre si cospargono il cranio con cera d’api, si fissano piume in testa, dipingono il corpo, indossano maschere e si spalmano unguenti. Una ragazza non unta è come nuda e non si può presentare al rito dell’amore fatto di danza e musica. Lo stile è a imitazione di Jacopetti, perché mostra per contrasto l’atteggiamento freddo e distaccato delle donne europee, ma si poteva evitare una parte dichiaratamente commerciale composta di filmati hard. I registi mostrano interessanti momenti di vita africana: la lotta cruenta tra guerrieri con un coltello legato al polso, la costruzione comune di una casa composta di fango, paglia e legno, la preparazione del cibo a base di semplici focacce. L’ultimo uomo non vive di egoismo, ma di momenti sociali che esprimono la sua voglia di comunicare e di aiutare chi ha bisogno. La danza manifesta sempre spiritualità e serve a celebrare un momento importante della vita comune, così come il tatuaggio è una carta d’identità tribale che per le donne presenta valenza erotico – estetica. I registi ci tengono a mostrare le differenze con la nostra società dei consumi e si schierano sempre dalla parte di chi conduce una vita naturale. L’ultimo uomo non vive di vanità estetiche ma di rituali culturali. Il rito della consacrazione del fallo fa capire l’importanza della fertilità per i popoli primitivi che impongono alle donne di ungere e alimentare il fallo di pietra simbolo della procreazione. Il finale recita: “Nessun uomo è un’isola tutta per sé” e “Non andate a chiedere per chi suona la campana: essa suona anche per te”, realizzando un valido supporto filosofico. I vecchi custodiscono i segreti della biblioteca dell’ultimo uomo, ma la civiltà che arriva da lontano modifica la cultura. Ricordiamo che il montaggio è di Rita Olivati Rossi e Ugo De Rossi, la fotografia di Alfredo Castiglioni, il testo di Vittorio Buttafava (voce di Riccardo Cucciolla), mentre il commento musicale è di Franco Godi.

   Africa dolce e selvaggia(1982) è l’ultima opera di Angelo e Alfredo Castiglioni costruita a base di sensazionalismo e scene di selvaggio naturalismo.

   Nel 1975 esce Ultime grida dalla savana di Antonio Climati e Mario Morra con il commento esterno scritto da Alberto Moravia. Si tratta di un lavoro a soggetto, ma due scene terribili si ricordano ancora per la perfezione in fase realizzativa. La prima è quella della caccia agli indiani da parte dei bianchi con le conseguenti violenze dopo la cattura (castrazioni, decapitazioni e scotennamenti si sprecano). La seconda è la tragica fine di Pit Doenitz, un turista che durante la gita al parco naturale di Wallase si fa venire la brillante idea di uscire per la savana a fotografare i leoni. L’uomo viene sbranato e la macchina da presa filma i particolari dell’esecuzione e dell’orribile pasto. La scena degli indios viene realizzata grazie a sofisticati effetti speciali. Non siamo altrettanto sicuri per quel che concerne la morte dell’uomo sbranato dai leoni. Il regista la presenta come una ripresa eseguita da uno dei turisti a bordo della jeep. “Ho solo aggiunto qualche effetto splatter”, afferma Climati. In questi casi è difficile distinguere la realtà dalla pubblicità per creare interesse intorno a una pellicola. Il film – documentario è un catalogo di scene più o meno raccapriccianti che tendono a creare un effetto disturbante nello spettatore. Colgono nel segno, non c’è che dire.

   Ultimo mondo cannibale (1976) di Ruggero Deodato è un film avventuroso – cannibalico di pura fiction, ma condividiamo l’opinione di Antonio Tentori che lo definisce filiazione diretta dei mondo – movies da cui riprende la descrizione dell’orrore in diretta, ma anche pellicola capace di fissare definitivamente le coordinate del filone cannibalico. Veri e propri mondo movies sono Le facce della morte (1981) di Conan Le Cilaire (pseudonimo collettivo che comprende di sicuro Mario Morra) è una rassegna di orrori vari: esecuzioni di condannati a morte, dissezioni di cadaveri in obitorio, macelli comunali, disastri. Le facce della morte 2(1982), sempre di Le Cilaire, cavalca il successo del precedente ed è ancora più allucinante nel mostrare i possibili modi di morire corredati da un fastidioso commento fuori campo. Cannibali domani(1983) di Giuseppe Scotese è forse il film documentario meno violento e professionale nel quale si prova a fare un lavoro di denuncia e di commossa partecipazione. Dolce e selvaggio(1983) di Mario Morra e Antonio Climati (gli stessi autori di Ultime grida dalla Savana) è un film datato che descrive la violenza tra animali e la caccia tra uomo e animale. Dimensione violenza(1984) di Mario Morra è un documentario internazionale che mette in mostra esecuzioni sulla sedia elettrica, taglio delle mani a ladri arabi, cuccioli di foca abbattuti e altre prelibatezze. Nudo e crudele(1984) di Adalberto Albertini (Albert Thomas) ricerca orrori di ogni genere e ci mostra gli uomini proboscide, gli ultimi cannibali, gli alligatori antropofagi e un transessuale operato. Mondo senza veli(1985) di Adalberto Albertini (Albert Thomas) è solo un contenitore di cose macabre e bizzarre che ne fanno una chicca per gli amanti delle curiosità da baraccone.

   Il mondo – movie, sia sexy che africano, contribuisce a liberalizzare il cinema dal tassativo divieto di filmare scene di nudo, aprendo alla commedia scollacciata, alta o bassa che sia.

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